“Me lo può far sembrare ancora vivo”. Una lettura #POP16

Il grande animale Book Cover Il grande animale
Gabriele Di Fronzo
Nottetempo
2016
161

 

Ho letto Il grande animale in un attimo. Ho letto Il grande animale in tutta una vita. Il tempo è quello che mi è sfuggito di mano. Il resto invece mi è rimasto addosso, e non vedo come possa andarsene.

Da mesi volevo leggerlo, ma ancora non mi ero decisa. L’occasione è arrivata con POP16, Premio Opera Prima per esordienti organizzato da noi studenti del Master in Editoria (promosso da Università degli Studi di Milano, Fondazione Mondadori e AIE) su ideazione e con il coordinamento di Benedetta Centovalli. Dalla lettura di sedici esordienti dell’ultimo anno è stata selezionata una cinquina, mercoledì 29 giugno sarà proclamato il vincitore presso il Laboratorio Formentini per l’editoria. Il grande animale è entrato meritatamente nella nostra cinquina.

Il romanzo, il primo di Gabriele Di Fronzo, esce per Nottetempo lo scorso gennaio con un bellissimo pappagallo in copertina. La storia è quella di Francesco Colloneve, imbalsamatore di professione, alle prese con un serpente velenoso e con un padre invecchiato senza memoria. Trasferitosi momentaneamente nella casa del padre in seguito a una sua brutta caduta, il protagonista trascorre le giornate lavorando sul serpente e parlando con il genitore.

Oltre a un inafferrabile tempo della lettura che si dilata e contrae lasciando impreparati, il romanzo, narrato al presente in prima persona, rievoca passati diversi, regalando un intreccio di tempi che restituisce la vita, il sentire e le riflessioni del protagonista. L’infanzia vissuta rimasti in due, i primi passi verso una professione dal forte valore simbolico, il presente con i suoi nuovi equilibri, grazie alla maturazione e alla distanza che il tempo stesso concede.

Il rapporto con gli animali è la più grande sorpresa del libro. Il primo, con cui Colloneve ha imparato il mestiere, ci viene raccontato subito, in incipit di romanzo. È un gattino, morto nei primi mesi di vita, tenuto in braccio per un’ora prima di essere sezionato, spelato e svuotato. Gesti, questi, accompagnati dal rispetto e dall’amore che si dedicano ai compagni di una vita, siano vivi o morti. La descrizione minuziosa dell’operazione – particolareggiata, cruda – e degli attrezzi utilizzati non è innecessaria. Al contrario, conferisce alla professione una struttura, un metodo che si tenderebbe altrimenti a non considerare, e che contribuisce a una resa profonda del personaggio.

Al dialogo muto, sereno e rituale con gli animali si contrappone quello ininterrotto, irrequieto e obbligato col padre. Del padre si racconta poco, e poco alla volta. Con il risultato – si suppone cercato, e ottenuto – che si finisce per provare per quest’uomo ogni sentimento. La compassione dolorosa riservata a chi sta lasciando la vita, il fastidio per le ottusità irragionevoli, lo struggimento per l’amore perduto, e una rabbia vera davanti alla più grave delle ingiustizie.

Solo dopo averti fatto provare tutto questo Di Fronzo ti mette davanti alla morte. Alla perdita che cancella ogni emozione, perché l’oggetto dell’emozione non c’è più. E dunque bisogna sezionare, spelare e svuotare, perché solo così quello a cui si tiene non viene perduto per sempre.