Elzeviri e antisemitismo. La “razza” dove non te l’aspetti

L’idioma molesto Book Cover L’idioma molesto
Bruno Pischedda
Saggistica
Nino Aragno Editore
2015
cartaceo, brossura
313

 

Sono stata alla presentazione de L’idioma molesto, l’ultimo lavoro critico di Bruno Pischedda pubblicato qualche mese fa da Nino Aragno Editore. Se il titolo del libro può risultare dapprima oscuro – bastano però le prime righe della Nota di avvio a disperdere ogni insicurezza –, il sottotitolo chiarisce e puntualizza la questione: Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale. L’incontro si è tenuto alla Fondazione Memoriale della Shoah, un posto dove vale sempre la pena di tornare, e che anche in questa occasione si è rivelato il luogo giusto.

Ad avvicinarci al volume è stata una bella esposizione, limpida e ben orientata, di Irene Piazzoni, in qualità di moderatore della serata. Lo studio di Pischedda si sofferma, nel clima intellettuale di inizio Novecento, su alcune dissimulate manifestazioni antisemite. Il clima è quello in cui, per citare la professoressa Piazzoni, “si osserva uno slittamento dal piano dei sentimenti avvertiti a quello delle ideologie più strutturate”. Una fase preparatoria, insomma, alla successiva più critica, una fase intrisa di elementi ormai sedimentati, di retorica razzista, di precisa individuazione dell’alterità e, dunque, di esclusione.

Emilio Cecchi è il protagonista – perlomeno del sottotitolo – del volume. E a lui dedica ampio spazio Franco Contorbia, nel secondo intervento della serata. Il professore traccia un profilo importante del Cecchi ragioniere autodidatta, del Cecchi maestro di stile rondista. Del Cecchi che, morendo nel 1966 a 82 anni, domina la scena intellettuale per mezzo secolo, pur senza aver scritto versi, romanzi o novelle. Ma soprattutto del Cecchi di cui nessuno ha mai dubitato – e cita Calvino, Sciascia, Montale, Debenedetti, Contini. Del Cecchi che nel 1925 firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, ma che nel 1942 troviamo al Convegno degli scrittori di Weimar. Ma Emilio Cecchi non è certo l’unico, e vengono fatti i nomi di Umberto Benigni, Vincenzo Cardarelli, Bruno Barilli. Una generazione insomma, un’area grigia e popolosa, che troviamo inaspettatamente nelle pagine del professor Pischedda.

Prende poi la parola Salvatore Silvano Nigro, che dà a L’idioma molesto il merito di riconsegnarci la densità culturale di quegli anni. Ma il critico ci racconta soprattutto della sua esperienza, analoga, con lo studio della corrispondenza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: la presenza insidiante di discorsi antisemiti, quel fastidio razzista che è già convenzione. E la sorprendente risposta del destinatario, il cugino Piccolo: “Hai letto troppo Cecchi”. Ma la differenza tra i due – Cecchi e Tomasi di Lampedusa – sta nella mancata risoluzione del primo e nel tentato rimedio del secondo. Con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938, spartiacque indelebile, l’autore del Gattopardo si trova a convivere infatti, fino alla fine, con i suoi sensi di colpa.

Lo storico Mimmo Franzinelli pone invece l’accento sulla fallita acquisizione di consapevolezza. Vede in Cecchi un uomo che, da autodidatta approdato all’accademia, vive forse nel terrore di ricadere nell’ombra, di qui un’ambiguità di comportamenti che non abbandonerà mai fino in fondo. “Cecchi rappresenta la figura dell’eterno fascista che ancora oggi c’è”, afferma con decisione Franzinelli. Ma questa assenza di responsabilità non riguarda solo Cecchi, si fa ancora una volta il nome di Cardarelli, inizialmente antifascista, e, in chiusura, anche quello di Indro Montanelli. Ricordando però che non tutti sono stati così, lo storico richiama alla figura di Ruggero Zangrandi, quale esempio di impegno civile.

In ultimo interviene l’autore, che nel rispondere ai ragionamenti sollevati dalla serata introduce due riflessioni essenziali a chiusura dell’evento. Se pensiamo agli umanisti, dice Pischedda, e se tra questi tralasciamo i grandi, ci sono stati però anche i dignitosi. Forse non eroi, ma neanche personalità sfuggenti ed equivoche come sono i protagonisti del volume. Uomini in grado di prendere posizioni corrette, a volte rischiose, sempre con onestà. E se, infine, rivolgiamo l’attenzione al Cecchi prosatore, all’elzevirista, risulta evidente quello che a lungo è stato inammissibile vedere: è proprio nello stile, nell’estetica, nell’elzeviro che si annidano i più insidiosi elementi extraestetici, l’antisemitismo e le istanze razziste. Ideologia – o meglio idioma – e stile espressivo, dunque, al centro de L’idioma molesto, che ora non ci resta che leggere.