L’inverno del commissario Ricciardi

Il senso del dolore Book Cover Il senso del dolore
Maurizio De Giovanni
Fandango
2007
cartaceo, brossura
247

 

Ho finito Il senso del dolore di Maurizio De Giovanni in pochi giorni, eppure l’impressione rimasta è che non l’abbia letto tutto d’un fiato come mi sarei aspettata da un giallo. Non che mi sia dispiaciuto, intendiamoci, ma è mancato qualcosa. Forse un po’ di azione, di rischio… quel sano batticuore per le sorti del protagonista che ti fa stare incollato alla pagina fino alla soluzione del caso. Invece il modo con cui il commissario Ricciardi svolge le indagini è molto pacato, lineare. E altrettanto lineare è la narrazione dei fatti.

Siamo in una Napoli battuta da un vento gelido che soffia dal mare, in piena epoca fascista. Tuttavia, il commissario Ricciardi non sembra interessarsi troppo alla politica nonostante sia un rappresentante della sua giustizia. Quando però si trova a investigare sulla morte del tenore Arnaldo Vezzi, pupillo di Mussolini, il suo lavoro diventa di interesse pubblico e le pressioni dall’alto sono tante: il regime ha bisogno di un colpevole, e al più presto. Ritrovato senza vita nel suo camerino del Reale Teatro di San Carlo pochi minuti prima del suo ingresso in scena per la rappresentazione de Pagliacci, Arnaldo Vezzi per Ricciardi non è altro che uno dei tanti spettri che abitano la città e la sua mente. Nessun trattamento speciale nella morte per il tenore al quale nessuno in vita sapeva dire di no.

Unico testimone del dolore di quanti sono morti di morte violenta, Ricciardi sente l’obbligo morale di dare risposta ai lamenti che questi gli rivolgono incessantemente. Lui che, nobile e ricco di famiglia, potrebbe non lavorare, ha scelto invece di fare il commissario accettando il suo destino. Nel suo campo è il migliore ma la carriera non gli interessa. I colleghi invidiosi lo rifuggono e, come presentissero la sua capacità di dialogo con i morti, al suo passaggio fanno tutti gli scongiuri che conoscono. Solo il brigadiere Maione vuole lavorare con lui, un’amicizia e un rispetto nati qualche anno prima durante le ricerche dell’assassino del figlio Maione condotte da Ricciardi. E così anche sul caso Vezzi sono soli. A completare la squadra, il Dottor Modo: il simpatico medico legale dalla battuta pronta che riesce sempre a strappare un sorriso al tenebroso commissario.

La ricerca del colpevole è circoscritta agli addetti al lavoro del teatro, gli unici ad avere accesso alle quinte e quindi al camerino della star. Tutti vengono sentiti in modo metodico da Ricciardi che a partire delle loro dichiarazioni cerca di dare un senso alle parole che lo spettro di Vezzi continua a ripetergli: “Io sangue voglio, all’ira m’abbandono, in odio tutto l’amor mio finì”.
Gli elementi si delineano interrogatorio dopo interrogatorio e il lettore, ancora prima del commissario, conosce il nome del colpevole. A sorprendere non è tanto l’assassino o il movente – fame e amore secondo la teoria di Ricciardi si nascondono sempre dietro le azioni dell’uomo – ma la scelta del commissario di seguire il suo senso di giustizia invece di applicare pedissequamente la legge.

Ed è proprio con questo atto di umanità che il comissario Ricciardi ci conquista definitivamente. La forza del suo personaggio ci fa chiudere un occhio sulla mancanza di azione e di intrighi complicati di questo esordio di De Giovanni al romanzo giallo. Le basi di un nuovo eroe popolare sono gettate, non resta che leggere il seguito delle stagioni del commissario Ricciardi per vedere se le premesse sono mantenute e se avremo trovato un nuovo Montalbano.