V come Vonnegut

Madre notte Book Cover Madre notte
Kurt Vonnegut
Feltrinelli
2013
Cartaceo, brossura
206

Ho terminato da pochissimo Madre notte, quello che per ora è l’ unico libro che ho letto dello statunitense Kurt Vonnegut. Ho scoperto questo scrittore grazie ad alcuni amici e troverà certamente sempre più spazio tra le mie future scorribande letterarie nel nord America.

Questo romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1961, ma i seguaci più esperti dell’autore di Indianapolis, sapranno meglio di me che le edizioni più recenti dei suoi lavori pubblicati da Dell Publishing sono corredate dai contributi grafici della newyorkese Carin Goldberg, gli stessi che ritroviamo anche nelle copertine delle ultime edizioni italiane edite da Feltrinelli, tutte riconoscibili per alcuni elementi caratteristici, delle vere e proprie seconde firme apposte a ciascun volume. Al centro di uno sfondo colorato, spiccano due triangoli rovesciati (nelle edizioni economiche i due triangoli non sono a tutta pagina), il primo richiama sempre la V di Vonnegut e il secondo più piccolo racchiude l’immagine che suggella il tema della narrazione.

Nel caso di Madre notte l’occhio viene subito attratto da quella bandiera americana con una svastica al posto delle stelle e,  l’indice puntato di una mano che emerge da uno sfondo nero, è lì per rimarcarcela. Quella stessa mano e quello sfondo tetro, per contrappasso, mi hanno ricordato uno dei soggetti più famosi della Cappella Sistina…

Non ci troviamo nel regno ultraterreno con questo romanzo, ma nell’inferno della seconda guerra mondiale: gli anni della Germania nazista vissuti attraverso le memorie di Howard W. Campbell Jr. Con un espediente di consolidata tradizione romanzesca, Vonnegut si presenta come il semplice curatore delle Confessioni redatte da Campbell mentre è rinchiuso nel carcere di Gerusalemme. Negli anni dell’apogeo della dittatura del Fuhrer è stato lui, figlio dello stato più democratico del mondo, il commediografo lo scrittore l’uomo chiave delle propaganda antisemita del ministro Goebbels, ma soprattutto il più seguito radiocronista in lingua inglese degli anni di guerra. Per sventare la cattura da parte degli alleati, nel 1945 scappa a New York, ma alcuni anni dopo la fine del conflitto, la sua esistenza vuota e irreale non trova altro scopo che consegnarsi alla giustizia israeliana.

Ma fino a che punto possiamo considerare veritiere le testimonianze di un artista, un uomo naturalmente portato a possedere un confine labile tra realtà e finzione, tra essere e apparire? E’ vero che “le bugie raccontate per ottenere effetti artistici […] possono essere la più seducente forma di verità”, ma in questo caso l’arte si scontra prepotentemente con i drammi della storia. I fatti inconfutabili delle atrocità commesse ci sono restituiti in maniera geniale perché raccontati con estrema semplicità e assoluta ironia. L’ironia che solo gli scrittori di lingua inglese possiedono.

In questa sapiente gioco di contrapposizione di forze, la lotta più grande la vive il protagonista dentro di sé: lo scontro tra la luce e le tenebre della madre notte (il titolo è tratto da un discorso di Mefistofele del Faust di Goethe). Il lettore fino all’ultimo è indeciso se assolvere il protagonista, il quale un asso a favore delle forze del bene sostiene di averlo giocato. Peccato che lo abbia fatto “troppo segretamente”, motivo per cui è il primo a negare a se stesso qualsiasi assoluzione.

Nel 1996 dal romanzo è stato tratto anche un film, uscito in Italia con il titolo Confessione Finale. Un’occasione ulteriore per ritornare su queste pagine per un confronto narrativo…