Romanzo e mercato a Bellissima Fiera

La scorsa settimana sono stata al festival di editoria indipendente Bellissima Fiera, al Palazzo del Ghiaccio di Milano, dove ho seguito gli incontri “Romanzo e mercato”, a cura di Nanni Balestrini, e “Chi ha ucciso i giornali?”, un intervento di Emanuele Bevilacqua, direttore del giornale Pagina99. Se il contributo di Bevilacqua ha chiarito, con lucida sistematicità, ruoli e responsabilità degli attori in gioco nella crisi strutturale dei giornali, la tavola rotonda svoltasi attorno alla complessa relazione tra romanzo e mercato ha preso le sembianze più di una animosa riunione di intellettuali scontenti che di una riflessione avveduta sull’effettivo stato dell’editoria contemporanea.

All’evento hanno preso la parola numerose persone, che riporto per completezza, scusandomi per la forma elencativa: Paolo Fabbri, semiologo; Angelo Guglielmi, critico letterario ed ex dirigente televisivo Rai; Aldo Nove, scrittore; Cecilia Bello, critica letteraria; Daniele Giglioli, critico letterario; Antonio Riccardi, editor ed ex direttore letterario Mondadori; e naturalmente il poeta Nanni Balestrini.

La prima questione emersa – e la più problematica, forse – è quella della grande trasformazione dell’editoria e del pubblico che avrebbe investito il nostro paese provocando una cesura insanabile tra un passato editoriale di qualità, di prestigio, di attenzione ai contenuti e agli stili, e un presente dove l’obiettivo principale degli editori è vendere, semplicemente. Responsabile in questo senso la cultura di massa. Due sono i problemi di un’affermazione di questo tipo. Da un lato l’idea, vetusta e inesatta, che le prime, storiche case editrici non si curassero di conto economico e fatturato. Marino Berengo, nel suo Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, si sofferma sulla figura di Anton Fortunato Stella, editore-libraio arrivato a Milano nel 1810 da Venezia. Di Stella si conserva parte del carteggio con diversi intellettuali suoi collaboratori, basti citare un giovane Leopardi appena approdato a Milano. Stella amava definirsi editore colto ma in senso editoriale, attento al guadagno. Con analoghe, e ben studiate, strategie di mercato si muovevano altri due editori-simbolo della capitale dell’editoria, Sonzogno e Treves. E questo succedeva con un secolo di anticipo sull’avvento della società di massa. Due editori attenti alla salute economica della loro azienda, poi, come Mondadori e Rizzoli, incominciavano la loro avventura editoriale sempre prima delle trasformazioni di dinamiche e pubblico cui si faceva riferimento. Il secondo problema è definire poi un “piccolo ghetto” gli autori oggi “di valore e prestigiosi”. È ancora utile – se mai lo è stato – parlare in termini di valore e prestigio in un terreno di gusto come quello letterario? E se sì, chi sono questi pochi autori abitanti un improbabile ghetto contemporaneo?

C’è poi la questione della definizione di romanzo. I relatori concordano nel sostenere che i grandi romanzieri di oggi non scrivono più romanzi. Scrivono piuttosto romanzi di genere: gialli, reportage, romanzi storici, si danno al biografismo, con un incessante bisogno di eventi traumatici a innescare la narrazione. Il libro ne esce così standardizzato, uniformato, ogni guizzo creativo viene eliminato – sorprendentemente e senza alcuna spiegazione in merito – dalle scuole di scrittura prima, e dagli editor in casa editrice dopo. Anche qui risulta difficile capire a chi si riferiscano. Sia perché vengono in mente almeno dieci autori contemporanei che hanno scritto romanzi, sia perché di grandi narratori del passato accusati a più riprese di aver scritto gialli, reportage o biografie si riempiono comodamente le antologie scolastiche.

Un’altra argomentazione piuttosto curiosa vede la televisione quale responsabile dell’abbassamento dei contenuti culturali e dunque dei libri. Una logica di marketing spietata induce i dirigenti editoriali a pensare che il pubblico del libro “sia cretino come quello della tv”, e purtroppo sto riportando testualmente. Anche qui dal problematico concetto di abbassamento di contenuti, che rimanda più a un passato glorioso che vero, si passa a una definizione sbrigativa di un ipotetico pubblico di lettori che, a differenza di quello della tv, sarebbe pronto a leggere Proust ogni sera, ed è impossibilitato da motivazioni aziendali. Non sarebbe più interessante domandarsi, invece, quali sono le strategie che portano al successo certi titoli e non altri? Perché i superbestseller degli ultimi anni, la cui qualità tanto preoccupa gli intellettuali, hanno salvato i bilanci dei grandi gruppi, dimostrandosi così soluzioni di marketing indubitabilmente efficaci e, nel contempo, libri che la gente vuole leggere.

In ultimo – non perché le controversie siano esaurite, ma per voler citare solo le più importanti – è stato semplicemente scoraggiante sentir affermare che si stampano troppi libri. Questi 60-70.000 titoli l’anno sarebbero pubblicati per disorientare un lettore che, per l’occasione, è immaginato privo di mezzi e di intelletto, incapace di fare una scelta da sé. E se è vero che il libro più venduto nel 2015 è stato Grey di E. L. James, è altrettanto vero che al quarto posto è arrivato Carlo Rovelli con Sette brevi lezioni di fisica. Forse questi lettori sono meno smarriti di quanto si creda.

Lettori affamati di letteratura, dunque, e contemporaneamente assoggettati al potere mediatico e alle decisioni prese ai vertici dei grandi gruppi editoriali. Questi stessi gruppi guidati da implacabili logiche aziendali in forte contrapposizione a un passato dai contorni idilliaci che vede la cultura libera da costrizioni economiche. Più che una riflessione sulle complesse dinamiche che interessano l’editoria libraria oggi, sembra di essere davanti a una storia dai tratti fantastici, dove personaggi caricaturali si muovono diligentemente all’interno di ruoli ben definiti, distinti tra buoni e cattivi, assumendo così ironicamente le sembianze di quei romanzi di genere che gli intellettuali, nella loro torre d’avorio, a questo punto forse per l’eternità, continuano a trovare incredibilmente minacciosi.