Storie assassine all’ombra del ficus

Storie assassine Book Cover Storie assassine
Bernard Quiriny
Racconti
L'orma editore
2015
cartaceo, brossura
195

 

Quando qualcuno mi chiede qual è IL libro, il libro fondamentale per me, rispondo Finzioni di Borges. È una cosa istintiva ormai. Perché tanti sono i libri indispensabili, tanti sono i libri che tuttora mi mostrano come sia impossibile classificare la letteratura. Però nella vita c’è bisogno di ordine, almeno nella mia. E quindi ogni anno mi trovo a riflettere sulla lettura che mi ha dato di più (2015: Roma senza papa di Morselli). Se invece guardo a tutta la mia vita da lettrice vedo delle fratture precise, vedo i libri che hanno cambiato il mio modo di leggere. Finzioni non solo è uno di questi libri-cesura, ma è quello che mi ha reso la lettrice che sono oggi, che ha guidato i miei gusti e le mie inclinazioni, che mi ha spiegato chi sono.

Impossibile dunque non prendere in mano Bernard Quiriny, una volta saputo che aveva un po’ di Borges dentro. Era da qualche tempo che ci giravo intorno, le sue copertine color pelle mi seguivano. Poi un mese fa all’Orto Botanico di Palermo, a “Una marina di libri” dove è sempre bello tornare, c’era l’autore a presentare Storie Assassine, pubblicato da L’orma editore a novembre 2015. Avevo conosciuto questo editore romano proprio alla Marina di due anni prima, dove Andrea Cortellessa presentava la sua antologia Narratori italiani degli anni zero. Era quindi arrivato il momento.

Ho letto Storie assassine per metà all’ombra del bellissimo ficus dell’Orto in quei giorni palermitani e per metà da pendolare, sui mezzi per raggiungere Milano appena tornata. Se un libro è anche un po’ dove lo leggi, Storie assassine per me non è nessun luogo, o entrambi. Lo straniamento che si prova ogni pagina è acuito dalla sensazione di non sapere se attorno a me c’è la quiete del verde o lo sferragliare di un treno.

Il libro è effettivamente di sapore borgesiano. Si presenta come un insieme di racconti di varia lunghezza, incatenati tra loro da rimandi più o meno evidenti. È il regno dell’assurdo; reso possibile di continuo. Quiriny sembra prendersi gioco della razionalità in se stessa, e spinge a chiedersi quanto di quello che consideriamo normale, giusto e serio lo sia veramente, accostando i sentimenti più puri alle azioni più torbide, e lasciando impreparati alla fine di ogni storia assassina.

Dal punto di vista della struttura narrativa si possono riconoscere due tipologie di racconto. La prima, di grande effetto, è quella dove una situazione di apparente regolarità è scossa da un avvenimento paradossale. Il nonsenso può spingersi dalle esilaranti abitudini inconsuete dei popoli che ci raccontano i vari Il Giro d’Amazzonia (I-IV) alla tragicità della dolorosa smaterializzazione di Il corpo mi abbandona. La seconda tipologia invece parte da un presupposto di incongruenza, rendendo ammissibile la premessa su cui si articola il racconto. Ne sono un esempio il collaudato assassinio di Severo, ma giusto, dichiarato in apertura proprio per fissare i limiti di realtà, e La parola alle cose dove, appunto, gli oggetti danno voce ai loro pensieri più perfidi.

Anche nella scelta della voce narrante si riconoscono due strade principali. Vi sono alcuni racconti dove il narratore è un personaggio secondario, di cui si sa poco o niente, che assume un’evidente funzione testimoniale rispetto agli impensabili fatti vissuti. Di questo stampo i racconti del Giro d’Amazzonia, che si presentano come un resoconto di viaggio-studio, dunque rendicontistici per natura, e i vari I pazienti del dottor Hampstad (I-III), che in forma di diario raccolgono le più strane malattie incontrate dal dottore. Ma un certo resocontismo in forma memoriale investe anche due racconti isolati, e tra i più belli della raccolta: L’occhio di pavone e Storia senza testa.

Vi sono altri racconti, invece, dove la voce narrante è l’assurdo stesso, è il protagonista dei fatti inimmaginabili. Questo succede in Severo ma giusto, narrato in prima persona dall’assassino seriale di scrittori, e in Bartleby, che, curiosamente, gira sempre attorno al tema dello scrivere per professione. Caso a parte è Il corpo mi abbandona, dove il narratore iniziale, protagonista della dolorosa insensatezza che lo investe, cede involontariamente la parola a un altro narratore, che assume quindi la funzione memoriale di cui sopra.

Si potrebbero trovare tanti altri modi per parlare dei racconti di Storie assassine. Si potrebbe riflettere sui rimandi interni più evidenti (l’Édouard Renouvier del I pazienti del dottor Hampstad II che ritorna – è sempre lui? –  ne Il nuovo Landru), sulle scelte dei luoghi, se dichiarati, e sulla gestione dei tempi, dilatati e incalzati all’occorrente. Ed è proprio in questo intrico immaginifico e sorprendente che rivedo il gioco narrativo del grande scrittore bonaerense. Con un ironico taglio personalissimo, però, chiamato Bernard Quiriny.